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ENTRARE NEL MISTERO CON L'UMILTÀ DEL BAMBINO

Pubblicato il 12/03/2026

Gesti sacri come la benedizione trovano ospitalità in gesti della vita quotidiana. Una chiave per cogliere il divino nell'umano.  

Ho conservato nella memoria la figura della mia nonna paterna che all'inizio del pasto benediceva il pane. Seduto accanto al nonno, di cui porto il nome, lui a capotavola si toglieva il cappello e fissava la moglie dall'altra parte del grande tavolo dell'austera cucina. C'era silenzio e attesa. La nonna, con gesto solenne, prendeva una forma di pane con la mano sinistra, quindi a testa china mormorava una preghiera che concludeva facendo lentamente un ampio segno di croce con la destra, poi baciava il pane e lo riponeva sulla tovaglia. Solo dopo diceva in dialetto: «Buon appetito» e si cominciava a mangiare.
Il suo era un gesto "sacerdotale" - in piena comunione con la parola di benedizione di Gesù - sul pane quotidiano, frutto del lavoro dell'uomo. In quel momento, l'ho capito poi, esprimeva nella fede la sua piena comunione con l'atto ricreativo che sgorga dalle parole di Gesù; univa il cielo e la terra; ci diceva, ci ammoniva a non distinguere il dono di Dio dal lavoro dell'uomo. E ci invitava, con quel semplice bacio, a rendergli grazie.
Nonna Amabile, questo il suo nome, non aveva frequentato scuole teologiche se non quelle che poteva offrire la vita quotidiana di fine '800 e poi di due guerre per lei fortemente vulneranti. Eppure lei era stata e "stava salda" nella fede.
Gesti, parole, suoni, presenze, sguardi, sostanze, oggetti, contesti, luoghi, tempi che la Liturgia rende particolarmente vivi e significanti, trovano ospitalità e senso in altrettanti gesti... che sperimentiamo nella vita quotidiana. Nonna Amabile non trovava nessuna difficoltà a coniugare il divino e l'umano: a cogliere nell'umano il divino e nel divino l'umano. Per lei il divino era in special modo il mistero eucaristico che ora, finalmente, era in grado di capire e vivere meglio, pur rimanendo mistero.
Coniugare il divino e l'umano – il nostro umano - può essere la chiave per entrare nel mistero, non da estranei ma da protagonisti, da figli di Dio.
A ben pensare è quello che ha fatto Gesù. Anche se qualche artista ha voluto rappresentare un Gesù che distribuisce ai suoi discepoli la comunione in particole, sappiamo bene che non è avvenuto così. Dopo di Lui, il pane, tutto il pane ha avuto potenzialmente un valore nuovo. Allo stesso modo il vino ha avuto un potenziale nuovo significato. Ora, se la prima volta che incontriamo il vino nella Bibbia, l'uomo non ci fa una bella figura (cf. Genesi 9, 20-29, e così pure l'ultima volta, Apocalisse 17 e 18); dopo la lettura dell’"inizio dei segni" di Gesù a Cana ci rendiamo conto che è avvenuto un grande cambiamento, tanto che l'evangelista commenta: «Questo inizio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e rivelò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2, 11). Che valore possiamo dare all'intera frase e in particolare all'espressione: «rivelò la sua gloria», se non che con Gesù si inaugura una "semiotica" (scienza dei segni, ndr) nuova e attraverso la quale siamo introdotti alla contemplazione della sua gloria?
Nelle pagine che seguiranno non ci fermeremo sulla soglia, ma entreremo - con l'umiltà del bambino - nella gloria.


di: don Carlo Cibien
da: Credere 26/2024


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