Le montagne, in tutte le religioni, indicano normalmente il punto in cui il cielo e la terra si toccano: diventano così luogo ideale dell’incontro tra la divinità e gli uomini. È così anche del Sinai, dove il Dio di Israele si rivela, dove può avvenire il contatto con lui, ma non in qualsiasi modo, non per chiunque. Bisogna «santificarsi», bisogna essere chiamati, come Mosè, o come i sacerdoti (Lettura). Il Signore scende sul monte, Mosè vi sale, e da lì, dopo il contatto con Dio, ridiscende verso il popolo «che non può salire» per dire ciò che ha ascoltato dal Signore. C’è già qui la figura del sacerdote-mediatore, chiamato a un continuo saliscendi per mettere a contatto Dio e il popolo.

Il monte è anche il luogo dove Gesù, di cui Mosè era solo la figura, sale per pregare e vi passa «tutta la notte» (Vangelo). Con la preghiera sul monte Gesù entra in comunione con Dio, a un livello unico, che lo fa tutt’uno con lui, al punte che agisce allo stesso modo e con la stessa autorità del Dio del Sinai. Come Dio chiama Mosè e Aronne per farne i suoi mediatori, così Gesù chiama a sé sul monte dodici «discepoli» e li trasforma in «apostoli», cioè inviati ufficiali a riproporre il suo messaggio, quello che hanno imparato, appunto, alla sua scuola. Per far questo «scende con loro».

La lezione è triplice. Ci viene detto anzitutto cosa è la preghiera. In secondo luogo ci viene spiegato perché Cristo è l’unico vero mediatore. Unico, ma non in modo solitario, perché ci viene ricordato che, sul suo esempio, siamo chiamati, tutti, a essere discepoli suoi, e di riflesso apostoli gli uni per gli altri.

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