I due brani del Nuovo Testamento hanno lo stesso argomento: l'utilizzo dei beni e il rapporto con i poveri. È un a tematica nodale che ci deve interpellare come cristiani per una fedeltà a Cristo e per una testimonianza efficace nei confronti del mondo.

Nella modalità esortativa è ripresa la tematica di fondo della Lettera di Giacomo: ascoltare la Parola e metterla in pratica, con un'esemplificazione di contrasto riguardo al nostro rapporto verso i fratelli, specialmente verso i poveri. «fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali». È data un'indicazione precisa per verificare la credibilità del nostro amore verso il prossimo: molto spesso in un modo acritico e scontato viviamo la fraternità nella logica mondana dei favoritismi.

La fede nel Signore Gesù non ammette diversi pesi e misure nella stima della dignità degli uomini, essendo tutti figli di Dio e quindi fratelli. Ciò si deve manifestare chiaramente nell'assemblea liturgica, per poi tradursi nella vita ecclesiale e sociale.

È descritta una scena penosa e imbarazzante, ma estremamente significativa e includibile. Purtroppo nell'assemblea eucaristica, che è il momento più intenso della comunione fraterna, al ricco è riservato il posto migliore, mentre il povero deve contentarsi di un posto di secondo ordine. La contraddizione per chi crede è messa bene in evidenza da questa discriminazione tra ricchi e poveri: la divisione e i favoritismi tra i fratelli si manifestano non solo con le parole, ma anche con i comportamenti.

Noi cristiani siamo soliti annunciare i principi generali di fraternità, ma siamo una contro-testimonianza nella prassi quotidiana, nell'azione di ogni giorno. Giacomo ci sollecita a operare in sintonia con la fede.

Il differente modo di rapportarci con i fratelli riguardo la ricchezza e l'uso dei beni non coincide sempre con la visione cristiana della vita. La fede è salutare e dà pienezza solo se comporta un impegno a praticare la legge riassunta nel precetto dell'amore del prossimo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso».

Se vogliamo avere una preferenza, in una logica evangelica, la dobbiamo avere verso chi è più debole, chi non conta, non per una concezione di pauperismo, ma per una fedeltà al Vangelo. Se siamo famiglia di Dio, siamo chiamati ad amare tutti i componenti come fratelli, specialmente chi ha più bisogno.

Brano del Vangelo: l'immagine del cammello di fronte alla cruna dell'ago è certamente una esagerazione di gusto orientale, ma ha il vantaggio di rendere chiaro il pensiero di Gesù. È più facile l'attuazione di ciò che appare impossibile che una partecipazione di un ricco al progetto salvifico.

Ma chi stabilisce i confini della ricchezza? Chi può considerarsi povero? Il criterio evangelico di libertà e ricchezza non coincide con quello della dichiarazione dei redditi, ma non è nemmeno del tutto estraneo a esso. Il criterio è la necessità nostra e altrui.

Gesù invita i suoi uditori a correggere la prospettiva: non fare i conti in tasca agli altri, né tentare di ritoccare i propri per restare nella categoria dei poveri, ma lasciarsi condizionare dal dono di Dio che può cambiare anche un ricco. La risposta di Gesù all'obiezione di quelli che ascoltavano, «chi può essere salvato?», è illuminante: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».

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