Durante il cammino dell’esodo Dio aveva dato al suo popolo, per mano di Mosè, una Legge da rispettare, capace di sostenerne le aspirazioni e le istanze più profonde.

Uno dei punti focali della Legge era la prescrizione del sabato, giorno sacro al Signore per ricondurre tutto il tempo al suo artefice.

Ancora oggi nella fede di Israele, lo Shabbat è più che mai sacro e rispettato, dopo secoli di storia.

Ma sappiamo anche quanto davanti alla Legge, il Signore Gesù sia stato insieme totalmente libero e così autorevole da poterne dare un’interpretazione unica, inedita, totalmente nuova.

Dentro questa tensione tra fedeltà e novità si snoda tutto il cammino del Nuovo Testamento, nel senso che Gesù si pone come interprete autorevole della Legge dei padri, nella fedeltà alla tradizione, ma insieme diviene anche portatore di una novità capace di rompere dall’interno la parte più rigida e più chiusa della religiosità dell’antico Israele, per farla evolvere verso il suo compimento più autentico.

Il vangelo del Signore è come un vino nuovo, che fermenta e che non può essere contenuto nei rigidi schemi mentali di un’osservanza ottusa; è come un abito nuovo che non può essere sacrificato per tenerne in vita un altro ormai vecchio e logoro.

La novità che Gesù porta è gioia inaspettata, rappresentata dal vino; è identità impensata – quasi una nuova nascita – rappresentata dall’abito.

Così anche per noi oggi, per la nostra fede, la sfida è tra novità e fedeltà.

Il paradosso che ci si para davanti spesso suona proprio così: per restare fedeli al vangelo del Signore ci troviamo anche noi costretti a rompere con abitudini e schemi precostituiti, anche religiosi, cercando cosa sia davvero secondo l’insegnamento del Signore; ma, insieme, ci sentiamo tentati di sacrificare la parte più autentica del vangelo, credendo di restare «fedeli» alla tradizione, correndo il rischio però di continuare le nostre pratiche vuote, capaci solo di rassicurarci ma non di salvarci.

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