UN SOGNO REALIZZATO

 

Non è casuale che l'evento della trasfigurazione si ponga tra il primo e il secondo annuncio della passione-risurrezione di Gesù. Già dal contesto immediato si ricava l'orientamento di fondo, reso ancora più esplicito dalla voce del Padre, cuore e vertice di tutto il brano (v. 35). A questo punto culminante si era arrivati dopo una premessa storico-geografica (v. 28) e il tentativo di esprimere con immagini qualcosa dell'evento (v. 29). La sua straordinarietà è anche affidata alla presenza di due autorevoli testimoni quali Mosè ed Elia (vv. 30-31). Alla sconnessa frase di Pietro che non riesce a percepire bene il senso di quanto sta vivendo (vv. 32-33) fa da contrappunto la parola divina che viene dalla nube luminosa (vv. 34-35). Raggiunto l'apice, segue la reazione umana fatta di silenzio (v. 36).

Il gruppo degli apostoli che normalmente assiste compatto alla attività pastorale di Gesù, conosce eccezionalmente una drastica riduzione da dodici a tre: Pietro, Giacomo e Giovanni. La scelta si radica nella imperscrutabile volontà di Gesù. Tentiamo di individuare alcune ragioni di quella scelta. La presenza di Pietro si dà per scontata, dato il suo ruolo di responsabilità conferitogli da Gesù stesso dopo la professione di fede a Cesarea di Filippo. Più problematica la presenza dei due fratelli, scelti, forse, perché Giovanni è il discepolo prediletto e Giacomo il primo a testimoniare la sua fedeltà a Cristo con il martirio nell'anno 44 (cfr. At 12, 1-2). In ogni caso, i tre sono gli stessi che qualche tempo più tardi saranno chiamati a condividere un'altra esperienza con Gesù, quella della sua agonia nell'orto degli Ulivi. Viene istintivamente da pensare che la presenza degli stessi testimoni voglia creare una correlazione tra i due episodi, l'uno di gloria e l'altro di sofferenza. Si tratta di un'impressione che lo sviluppo degli avvenimenti trasformerà in motivata convinzione. La scelta è sì un privilegio, inteso però nel senso biblico di carisma, che è un dono da partecipare agli altri.

Mosè ed Elia

Tutto parla al superlativo, anche la presenza di due autorevoli personaggi, Mosè ed Elia. La legge ebraica esigeva che un fatto fosse comprovato dall'attestazione di due testimoni (cfr. Dt 19, 15). Ecco perché i personaggi sono due. Più importante rilevarne l'identità. Essi sono visti come il simbolo dell'Antico Testamento, i rappresentanti della legge e dei profeti, i due precursori o testimoni dell'alleanza. Si aggiunga pure che di essi si attendeva il ritorno. Mosè aveva promesso al suo popolo: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto» (Dt 18, 15). Di Elia aveva profetizzato Malachia: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore» (Mal 3, 23). Il rabbino Jochanan ben Zakkai avrebbe detto: «Dio disse a Mosè: quando invierò il profeta Elia, voi due verrete insieme». Erano anche paladini che avevano sofferto per la fedeltà all'alleanza. Oggetto del loro dialogo con Gesù è la sua «dipartita» (in greco éxodos), evidente riferimento alla sua morte. L'ombra sinistra della passione avvolge questo momento di gloria e ne orienta il senso.

La loro presenza conferisce autorità all'uomo Gesù che, immerso nella luce divina, si qualifica agli occhi dei discepoli come una persona di eccezionale valore. La presenza dei due personaggi eccellenti testimonia che la storia è giunta alla sua grande svolta, perché è arrivato il tempo promesso e da tanto atteso, il tempo del Messia.

L'intervento di Pietro

A questo punto Pietro è l'unico che riesce a verbalizzare i propri sentimenti ed esce con l'espressione: «Signore, è bello per noi restare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Le sue parole portano il marchio della spontaneità, non meno di quello dell'istintività e della irriflessione.

È una reazione maldestra, inconsulta, tipica dell'uomo che sembra generoso nel pensare agli altri, ma che in realtà pensa egoisticamente a se stesso, al gruppetto. Pensa solo all'ora presente che intende trattenere in forma stabile ed esclusiva. Secondo il profeta Osea, l'abitazione sotto le tende è un segno della visita che Dio compie alla fine del tempo per abitare per sempre con il suo popolo (cfr. Os 12, 10). Pietro ritiene che la fine del tempo sia lì, sul monte, e che conviene inaugurare il cielo sulla terra, affinché il godimento presente duri per sempre. È la pretesa dell'uomo che vorrebbe eternare l'attimo per goderlo per sempre. In effetti, tutti vorrebbero dimenticare un passato gravato di difficoltà e ignorare un futuro carico di incognite, per assaporare unicamente un presente gratificante. Umanamente comprensibile e giustificabile, il desiderio di Pietro è fuori luogo, perché vorrebbe sviare la finalità dell'esperienza. Commenta sant’Agostino: «(Pietro) era infastidito dalla folla, aveva trovato la solitudine sul monte, lì aveva Cristo come cibo dell'anima. Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gli ispiravano una santa condotta? Voleva star bene...».

La sua rimane una richiesta impropria perché non ha ancora ascoltato, volendo parlare prima di cogliere il senso profondo dell'avvenimento. La trasfigurazione è un fatto divino che si comprende solo se Dio ne offre la chiave. Per questo occorre prima ascoltare Dio. Solo in seguito sarà possibile formulare una richiesta adeguata e corretta.

La risposta di Dio

Il privilegio accordato ai tre discepoli non va considerato a sé stante, una gratificazione da consumarsi al momento e magari in uno stato di ebbra spensieratezza, bensì un tonico per riprendere il cammino. Sul monte si è saliti non tanto per restarci, irresponsabilmente separati dalla pianura dove gli uomini combattono la loro battaglia per l'esistenza quotidiana, ma, al contrario, si è saliti per capire in profondità il senso della vita e ridiscendere per riprendere il duro cammino. Con una certezza in più, ovviamente. Che questo sia il senso del racconto è dimostrato dalla parte centrale, la testimonianza di Dio.

Una nube avvolge il gruppetto. La nuvola luminosa era la forma sensibile con la quale Dio si rivelava. Opaca e risplendente allo stesso tempo, essa manifesta Dio presente senza rivelarne il mistero. È la nube che guida il popolo nel deserto (cfr. Es 13, 21), è dalla nube che Dio parla a Mosè (cfr. Es 24, 16), è ancora la nube che riempie il tempio al momento della sua consacrazione (cfr. 1 Re 8, 10). Oltre a essere elemento della presenza di Dio, la nuvola coinvolge i tre discepoli che entrano quindi nel mistero di Dio, proprio come Maria, anch'essa partecipe del divino (stesso verbo usato in Lc 1, 35).

Grazie a questo coinvolgimento, i tre discepoli sono in grado di ascoltare la voce divina: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». Tale voce era già risuonata al momento del battesimo proclamando Gesù il “Figlio prediletto”, colui che il Padre ama, con riferimento al Salmo 2, 7. Ora è aggiunto l'imperativo «ascoltatelo» che designa Gesù soprattutto come il profeta che tutti dovevano ascoltare (cfr. Dt 18.15). Inserito nel contesto dei due annunci di passione-risurrezione e poco prima di iniziare il cammino verso Gerusalemme, questo «ascoltatelo» del Padre ha la forza propulsiva di un impegno che non può essere disatteso. È un ascolto che si fa obbedienza (da ob+audio = ascoltare) e quindi sequela. I discepoli sono sollecitati a porre in Gesù una fiducia incondizionata e a seguirlo sempre e dovunque, perché questo è il progetto di Dio.

La nube e la voce divina vengono in parte a esaudire e in parte a modificare il desiderio di Pietro. Egli voleva costruire una tenda che serve a riparare, la nuvola viene a ricoprire; la tenda è fatta da mani di uomo, la nube denota l'origine divina: la tenda immerge nell'oscurità, la nuvola genera luminosità; la tenda isola dai suoni, la nube permette di intendere la voce divina. Non è l'uomo che deve costruire una tenda a Dio, ma Dio che prepara la tenda all'uomo per coprirlo e per proteggerlo; non è l'uomo che deve parlare a Dio, ma Dio che parla all'uomo per svelargli il senso della sua storia e della sua vita. Così l'uomo impara che seguire Gesù è adempiere la volontà di Dio, realizzare sé stesso, far progredire la storia verso la sua pienezza.

Dopo l'ascolto di Dio, dovrebbe venire la risposta. Però Pietro e i suoi amici non sono chiamati a dare una risposta verbale, bensì una risposta esistenziale: prima di tutto smettere di voler modificare il programma messianico impedendo a Gesù la sofferenza; poi, riprendere il cammino, anche se duro, per stare insieme a quel Gesù che ora hanno contemplato per un attimo nel fulgore della sua divinità resasi visibile.

Poi tutto ritorna nella normalità. Spariscono Mosè ed Elia, non si vede più la nube luminosa, né si intende la voce di Dio. Rimane solo Gesù ed è lui il più importante, l'unico che conta.

La comprensione del Cristo trasfigurato si pone nella linea delle apparizioni del Risorto. Solo quando i discepoli saranno inviati al mondo a testimoniare la sua risurrezione, potranno parlare della trasfigurazione divenuta allora una forza controllabile e comprensibile. Per il momento se ne devono servire in esclusiva, come un prezioso viatico che li accompagna nel tempo duro che li aspetta. È stato un momento di sovrabbondanza spirituale che dovrà alimentarli nei momenti di carestia, quando la tentazione, lo scoraggiamento e l'incognita sopravverranno per demolire la fiducia in Gesù e scoraggiarne la sequela.

Ecco perché l'episodio si colloca tra i due annunci di passione-risurrezione, e la sua comunicazione sarà possibile solo dopo la Pasqua. Fuori da questo suo alveo, resterebbe un miracolo difficilmente inquadrabile nella logica del vangelo.

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