Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. (Lc 10, 13)

È la seconda volta che l’evangelista Luca ci riferisce dei “Guai” pronunciati da Gesù ed è bene far memoria di quei primi “guai” per gettare luce su questi. Si trattava allora di quattro “guai” che facevano da contrasto alle quattro beatitudini (Lc 6, 24): non una minaccia, ma la costatazione sofferta della radicale infelicità a cui è esposto chi si sente soddisfatto e sazio per il possesso di beni destinati a perire. Ora Gesù si rivolge con lo stesso tono alle città nelle quali con parole e gesti ha moltiplicato l’annuncio della grazia di Dio e gli appelli alla conversione. Possiamo indovinare il suo sguardo addolorato mentre dice: “Guai”, sguardo di chi sa di aver fatto tutto il possibile, di non poter forzare la libertà altrui, di essere stato mandato dal Padre e a lui poter rimettere ogni giudizio, di avere come possibilità ultima per riscattarci dalla maledizione quella di divenire lui stesso maledizione per noi (Gal 3, 13) al termine del suo viaggio a Gerusalemme.

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