CON LA FATTURA O SENZA?

Dedicato al gestore del ristorante sull'Appennino tosco-emiliano che non voleva farmi la ricevuta fiscale - e all'altro gestore del ristorante sull'Appennino tosco-umbro che l'ha fatta spontaneamente - e al gestore del ristorante sull'Appennino umbro-laziale un po' stupito della mia richiesta. Ma secondo voi, chi dei tre aveva ragione? 

"Con la fattura centoventi euro; senza fattura novantasei". Il ristoratore dall'accento laziale mi guarda con occhio complice. La differenza c'è e si vede. Se fossero centinaia di euro si vedrebbe ancor di più. Stavolta in un sussulto di coscienza supero la tentazione. Lui capisce la mia pretesa di onestà, ma ribatte: "'A dottò, lei c'ha raggione, però noi le pagamo fin troppe, le tasse. 'Sto stato è 'na sanguisuga, che se non stai attento ce resti secco, glielo dico io - come 'na mummia, ce resti".

Il dialogo non prosegue. Io ho fretta di partire, lui ha fretta di servire altri clienti. Nessuno dei due ha tempo di affrontare la questione, che si ripropone in questa domenica: bisogna pagare le tasse o no? e bisogna pagarle tutte?

Via dal vespaio 

Visto che ci stiamo addentrando in un vespaio, conviene che ne usciamo subito, per rifugiarci nel passato del Vangelo. Che poi è fin troppo presente, ma di primo acchito non sembra. La questione riguarda gli erodiani e i discepoli dei sadducei. La domanda che pongono sembra politica, in realtà è essenzialmente religiosa: riguarda la legittimità del dominio romano sul popolo di Israele, il popolo eletto di Dio. Una domanda che non è poi troppo importante: l'importante è avere di che accusare Gesù, o per screditarlo di fronte al popolo, o per screditarlo di fronte alle autorità. Ma di fronte ad una domanda falsa, Gesù dà una risposta vera.

La moneta del tributo 

Richiesto sulla legittimità del tributo, Gesù risponde chiedendo di mostrargli la moneta con cui si paga il tributo. È una moneta con l'immagine di Cesare. Da qui la famosa risposta: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio". Che non è solo un gioco di parole per levarsi d'impiccio, e neanche una variante del principio cavouriano "libera Chiesa in libero Stato". Il procedimento seguito da Gesù va in fondo alla questione, anche se le intenzioni dei suoi interlocutori sono malevole. Gesù invita i sadducei a considerare la loro relazione con i romani: essi ne sfruttano la presenza in Palestina, usano la loro moneta per i loro affari, i loro soldati per proteggersi. Non ha senso approfittare dei vantaggi dell'Impero Romano, per poi rifiutare di pagare le sue tasse.

A Dio quel che è di Dio 

Ma c'è un'altra autorità, superiore all'autorità di Cesare; e anche a lui è dovuto quello che gli è proprio. C'è un ambito di autorità che appartiene a Dio, e che ogni individuo deve poter essere in grado di rendergli, senza ingerenza dello Stato. Oggi si tende a dire che è l'ambito della coscienza individuale: ognuno deve essere libero di tendere a Dio nelle sue scelte personali, nel privato. Gesù però non sembra avere in mente una religione privata: parla in pubblico, nelle sinagoghe e nelle piazze, e invita i discepoli ad una testimonianza pubblica: "che vedano le vostre opere buone, e rendano gloria al Padre che è nei cieli". Deve essere dunque possibile per il cristiano vivere la sua fede, nel privato della coscienza e nel pubblico della testimonianza; e questo pone dei limiti all'autorità di Cesare, e di qualunque altro tipo di stato dopo Cesare (e anche di qualunque tipo di potere, dopo quello di Cesare).

Ritorno al vespaio 

Ma che tipo di stato abbiamo noi? Dovrebbe essere una democrazia. Dovrebbe essere il governo del popolo, e al posto di Cesare ci siamo noi. Siamo noi che ci scegliamo i governanti, siamo noi che attraverso i governanti ci fissiamo le tasse. Siamo sempre noi che abbiamo diritto a precisi servizi per le tasse che paghiamo: le strade, fatte con i nostri soldi, devono essere fatte bene; gli amministratori, pagati dal contribuente, devono amministrare per il bene di tutti; tutti i dipendenti degli uffici pubblici sono al nostro servizio. E qui mi fermerei, perché sto elencando una serie di banalità stucchevoli. Poi però giri per strada e la trovi piena di buche; servizi fondamentali funzionano a singhiozzo, secondo la buona volontà del posto; chiedi un certificato a cui hai diritto, e ti sembra di dover passare per le forche caudine. E anche qui mi fermo, perché sono cose ormai trite e ritrite, e ognuno può ripescare nella sua esperienza gli esempi che vuole. Il principio "Date a Cesare quel che è di Cesare", in uno stato democratico e sovrano, vale anche al contrario: cioè i cittadini, nella misura in cui pagano le tasse, hanno diritto ai servizi per cui hanno pagato. Se no è chiaro che ognuno è tentato di regolarsi per conto suo.

E quel che è di Dio? 

Sembra che quel che abbiamo detto finora sia estraneo a quel che è di Dio. Ma appartiene a Dio la limpidezza, la sincerità, l'autenticità della comunicazione umana. "Ama il prossimo tuo come te stesso": riguarda anche la buon convivenza con tutti gli uomini. E "non dire falsa testimonianza" resta uno dei comandamenti fondamentali. È proprio del cristiano rifiutare la falsità e la menzogna, la corruzione e l'inganno. Se si dice che viviamo in una democrazia, occorre che sia possibile vivere in maniera democratica. Che non è solo questione di pagare o non pagare le tasse. E qui si verifica una singolare coincidenza: l'uomo che non ha tempo per Dio, per la famiglia, per la sua crescita personale, non avrà tempo neppure per la comunità civile, per l'impegno politico, per una gestione responsabile della cosa pubblica. Ma chi trova il tempo per Dio, presto o tardi si rende conto che deve dare un suo contributo alla società civile.

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