La solennità di oggi del SS.mo Sacramento, ossia della Eucarestia, forse ha perso in esteriorità, quella forma solenne che aveva. Chi non ricorda la maestosità che si dava alla processione eucaristica? Era Gesù che percorreva le strade della nostra città, quasi a tuffarsi nelle nostre sofferenze e speranze, che sono il pane della vita quotidiana. La gente lo accoglieva, addobbando le finestre nel migliore dei modi, spargendo sulle strade i fiori in modo che Lui, Gesù, nostro Signore, "camminasse in mezzo ai fiori", segno della nostra devozione e gioia.


Sono del resto passate alla tradizione di alcuni centri ancora oggi le maestose vie che pittori esperti trasformavano o trasformano in veri gioielli pittorici. Per un giorno il paese e le strade cedevano il passo solo a Lui, al Verbo, per cui tutto fu fatto. E la Sua Presenza, nella Eucarestia, era davvero sollievo: sollievo di sapere che Dio non era chissà dove, ma era tra di noi in Corpo e anima: e il suo passare accanto alla nostra casa, era come volerci rassicurare che Lui sa, vede, condivide la nostra esistenza.


Oggi forse abbiamo ceduto il passo al traffico caotico dei nostri paesi, alla nostra confusione, alla nostra solitudine, privandoci di quel sorriso di Dio tra di noi. Come se il dono che Dio ha fatto di se stesso nel Sacramento della Eucaristia, non avesse più importanza.


Tutti sappiamo - forse però non riusciamo a farci riempire della gioia del mistero eucaristico - che Dio è amore. E amare è sempre il donarsi. A volte il nostro donarci è un gesto superficiale o un piccolo segno come l'elemosina al povero, che non sfiora neppure la superficie del cuore. Per Dio amare ha il solo senso di donare tutto se stesso, la propria vita. Il Padre non poteva farci un dono più grande, per noi, che avevamo perso con il peccato originale la chiave del Suo Cuore, di quello di donare Suo Figlio Gesù. Difficile anche solo sfiorare l'immensità di questo dono, il più grande che poteva dare a noi uomini. Dare il Figlio come dono.


E Gesù che disse: "Non c'è amore più grande di quello di dare la vita", la vita la diede realmente sacrificandosi sulla croce. Ma non si accontentò di dare la vita, morendo per noi. Volle che questo dono continuasse per sempre e per tutti. Anche oggi. Anche per me, per voi. Dio non si accontenta dei "segni anche grandi di cui ci circonda", come la bellezza della natura, la nostra vita ecc. Il Suo amore vuole entrare profondamente fino a "farsi vita della nostra stessa vita". E significativa la difficoltà con cui, quanti Lo seguivano, accolsero l'Eucaristia: "Io sono il pane, quello vivo, venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre. Il pane che io gli darò è il mio corpo, dato perché il mondo abbia la vita "E subito gli avversari obbiettarono": "Come può darci il suo corpo da mangiare?"... Molti discepoli, al sentire questo discorso, dissero: "Adesso esagera! Chi può accettare simili cose"? E da quel momento molti discepoli di Gesù si tirarono indietro e non andarono più da Lui (
Gv 6).


E nell'ultima cena Gesù di fatto dice: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo... bevete, questo è il calice del mio sangue". Un misterioso dono di Gesù che continua ai nostri giorni e lo sarà fino alla fine dei tempi.


Resta sempre una domanda: ma quel darsi di Gesù come "pane della nostra vita", è davvero un accogliere la presenza di Dio, fino a farsi sostegno alla nostra debolezza, come è il pane quotidiano per il corpo? Perché oggi trova tanti rifiuti...tanta gente che magari accetta di credere in Dio, ma trova difficoltà a frequentare la Messa festiva e quindi a cibarsi di Dio? Già dire "cibarsi di Dio" mette il brivido, come di fronte ai grandi eventi che ti proiettano in altro mondo. Lo sanno molto bene tanti cristiani, uomini, donne, giovani, che cosa significhi questo "cibarsi di Dio". Un "cibo" che non solo dà un senso celestiale alla nostra vita, come quando si sa di essere amati, di cibarsi di amore, ma che si fa subito voglia di farsi cibo per chi non è amato tra di noi. Tanta della mia formazione alla Eucarestia, è quindi alla carità, la ebbi da giovane. Ero studente di Liceo e filosofia a Torino presso i Padri Rosminiani. Ogni sabato il mio padre spirituale, che era anche padre spirituale presso il Cottolengo, mi invitava ad andare con lui... E così lentamente mi introdusse - con grande mia fatica - nel mondo della sofferenza, a volte più repellente. Facevo fatica ad accogliere quel mondo. Quel mondo "impossibile" era animato però dalle molte suore che conservavano sempre un sorriso incredibile, anche di fronte a quanto in me suscitava vomito. E la domanda che mi ponevo era sempre la stessa: "Come fanno a condividere tanta miseria, colmandola con un sorriso che solo Dio poteva suggerire o donare? La risposta mi venne dalla loro cappella, dove giorno e notte si alternavano in adorazione al
SS.mo Sacramento. Proprio "come cerve assetate alla sorgente di acqua viva". Ed è la stessa sorgente che dava il sorriso a Madre Teresa a Calcutta, riuscendo ad illuminare la città che verrà definita poi "Città della gioia". È lo stesso sorriso che è sul volto di tutti quanti fanno della Eucarestia il centro della vita. La vita con Gesù è un sorriso. Senza, si rischia di avere sempre la maschera dell'egoismo, della tristezza e della solitudine. E allora accogliamo la bellezza "del giorno di Dio che si fa cibo": evitiamo quella notte che diventa la vita senza di Lui.

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