Corpus Domini, dunque. Abbiamo celebrato la luce sfolgorante della Pasqua, abbiamo invocato il fuoco dello Spirito che ci riempisse, abbiamo innalzato la mente nel Mistero di Dio Trinità. E oggi avanti con un'altra ri-scoperta. Bhé, sì, perché proprio di scoperta non si può parlare, abituati come siamo a celebrare l'Eucarestia. Ma, come tutte le cose che riguardano Dio, il rischio che incombe come un macigno sulla nostra fede è la banalità, l'abitudine, il "so già". Faccio fatica, lo confesso, a parlare del dono di sé che Gesù ci ha fatto nel pane e nel vino. Perché? Troppi anni d'insistenze, di percentuali, di preparazione, d'appiattimenti. Frasi del tipo: "Prendere Messa" che "cosificano" il Mistero, cristiani non-praticanti che si giustificano ogni volta che vedono un prete ("Sa verrei volentieri a Messa, ma proprio di domenica la dovete fare?" - "quelli che vanno a Messa le fanno poi peggio degli altri!"), come se si potesse essere "innamorati non-praticanti" o come se la Messa fosse la sfilata modello Giuditta per fare vedere a Dio quanto siamo buoni, e così via.


No, abbiamo bisogno di digiunare, credetemi, abbiamo bisogno di stoppare le nostre troppe Messe semi-deserte per riprendere la Parola in mano e, come Paolo fa scrivendo ai Corinzi, ridirci ciò che abbiamo ricevuto. Già, l'Eucaristia, la Messa è il segno della presenza di Cristo che ci raduna ogni settimana, è il Cristo di Dio che fa "memoriale" della sua presenza, che si dona nel segno semplice e sconvolgente del pane e del vino. Mi confidava un amico ateo: "Se arriverò a credere che Dio si è fatto uomo, non avrò problemi a credere che si può fare pezzo di pane..." ma come una coppia un po' stanca che non sa più stupirsi e sta insieme più per abitudine che per nostalgia, ho paura che la mia fede si appiattisca proprio davanti a tanta grandezza. Il momento cardine della nostra settimana, l'eucaristia, è troppe volte ridotto a cerimonia, a rito che mi mette a posto la coscienza (ma rispetto a chi? A Dio? Pensate davvero che Dio abbia bisogno della nostra lode?) è spesse volte messo all'ultimo posto dopo il sacrosanto diritto al riposo eccetera eccetera, quasi come un cartellino da "buon cristiano" da timbrare per essere presentato a Dio nel giorno della resa dei conti. Pessimista? Mi auguro di sì, spero di potermi smentire, di dire un giorno: ho davanti a me gente che non vede l'ora di incontrare Gesù presente nel pane e nella Parola. In questo deserto che è la vita, la folla ancora chiede pane, pane che è la pienezza della felicità, che è il senso della vita. E Gesù si consegna, domenica dopo domenica, alle nostre comunità. Avremo il coraggio di piegare il cuore, oltre che le ginocchia, davanti a quel pane e a quel vino che, inauditamente, professiamo essere la presenza concreta, reale, misteriosa di Cristo? Paolo ci suggeriva che ogni volta che compiamo, secondo quanto richiestoci dal Signore, questo gesto, non facciamo che ripercorrere la morte in croce di Cristo, il dramma di Dio che si consegna per amore. E oggi come allora, questo grido verso il Padre rischia di restare sospeso nell'aria, inascoltato. Le nostre Messe, spesso noiose, non mancano solo di fantasia, ma di fede; le nostre assemblee, se avessero il coraggio di uscire dalla logica del dovere sarebbero trasformate dall'incontro con Cristo; le nostre Eucaristie, invece di finire in cinquanta sbrigativi minuti, finirebbero con l'uscire dalle nostre Chiese per entrare nelle nostre case e diventare noi, come Lui, pane spezzato per un mondo che muore d'inedia. A Milano, madre Teresa di Calcutta disse: "Le nostre città muoiono di fame, le vostre città muoiono di fame d'amore". Abbiamo bisogno di riscoprire il valore della sorgente che possediamo sotto casa, abbiamo bisogno di dissetarci alla Parola e al Pane. Che il Signore ci conceda, almeno un poco, di abbandonare le nostre comode poltrone per metterci in gioco. Come gli apostoli che accettarono la sfida di condividere quel po' che avevano, alcuni pani e alcuni pesci, per mettere in gioco la loro stessa vita.

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