L'ATTO PENITENZIALE: PRIMA E DOPO IL CONCILIO
Pubblicato il 12/10/2026
Esso intende esprimere il bisogno di conversione continua e l'accoglienza fiduciosa della misericordia di Dio.
È utile, prima di proseguire la nostra riflessione, soffermarci brevemente su come era impostato l’atto penitenziale nel Messale preconciliare. Sì, per capire perché san Paolo VI, nella costituzione apostolica Missale Romanum con la quale ha promulgato il nuovo libro liturgico postconciliare, scriveva: «Si sono pure "riportati all'antica tradizione dei Padri alcuni elementi che con il tempo erano andati perduti" (Sacrosanctum Concilium, n.10); per esempio l'omelia, la Preghiera universale o Preghiera dei fedeli, l'atto penitenziale, cioè l'atto di riconciliazione con Dio e con i fratelli, da farsi all'inizio della Messa, che giustamente è stato rivalutato».
In realtà fino al 1962 - ma era così anche nell'editio princeps tridentina del 1570 - il Messale riportava la doppia recita del "Confesso". Prima la diceva il sacerdote per sé, e tra le colpe mancavano le omissioni. Ed era il ministro a rispondergli offrendogli l'assoluzione: «Dio onnipotente abbia misericordia di te, perdoni i tuoi peccati e ti conduca alla vita eterna». Quindi era la volta del ministro che ripeteva per sé le parole del "Confesso". Ovviamente, dove il sacerdote aveva detto «a voi, fratelli» il ministro diceva «a te, padre» cui seguiva in risposta l'assoluzione del sacerdote. Tutto si svolgeva tra sacerdote e ministro, quando c'era. Senza trascurare un particolare: all'epoca, il ministro riusciva a "servire" due o più Messe in contemporanea. Una visione ecclesiale povera ed essenzialmente clerocentrica. Forse i fautori del cosiddetto "rito antico" ignorano questi aspetti... o non sono in grado di percepirli. Questa vecchia modalità rituale, ora superata, ci consente inoltre di cogliere la fragilità di un contesto storico che si suole spesso definire ancora "regime di cristianità".
L'Atto penitenziale, in tutti i suoi possibili formulari, intende esprimere da parte dell'intera assemblea - nessuno escluso - il bisogno di una conversione continua e l'accoglienza fiduciosa della misericordia divina: è questo l'atteggiamento giusto «per celebrare degnamente i santi misteri». È bene notare che questo atteggiamento è quasi introdotto dal "saluto" condiviso con il quale il sacerdote si è appena rivolto al popolo - saluto espresso in varie formule («Il Signore sia con voi - E con il tuo spirito» o 2Corinzi 13,13; 1Corinzi 1,3; 2Tessalonicesi 3,5; Romani 15,13; Efesini 6,23) - ed è contestualmente facilitato da umi breve pausa di silenzio che ogni fedele riempie con la propria partecipazione personale. L'assoluzione del sacerdote, alla quale il popolo risponde «Amen», è decisamente inclusiva: «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». Se siamo tutti peccatori, tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Il Giubileo 2025 «Pellegrini di speranza», ci ha invitato a non chiuderci in noi stessi, ad essere evangelizzatori di speranza nel nostro pellegrinare. Chi contempla nella pienezza la misericordia divina, si apre ai fratelli.
di: don Carlo Cibien
da: Credere 37/2024
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