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IL "MISTERO DELLA CROCE" ILLUMINATO DAL "MISTERO DI SALVEZZA"

Pubblicato il 12/04/2026

La Croce non significa soltanto una morte cruenta, ma dono che salva e ci comunica la risurrezione. 

Se consideriamo il “mysterium Crucis” con la sola nostra mente e poi con la mente di Cristo, ci troviamo di fronte a due prospettive diverse; unificate però dalla misericordia divina e dal suo progetto salvifico che viene definito "mysterium salutis", mistero di salvezza.
Se dunque guardiamo la Croce, vediamo un uomo appeso a uno strumento violento di morte, un condannato a un supplizio estremo che prima ha subito varie sevizie di cui porta i segni. Non facciamoci ingannare da certi nostri crocifissi che rappresentano un Gesù più simile a un atleta o un ballerino che si atteggia a condannato a morte. Gesù, ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei: «Imparò da ciò che soffrì l'obbedienza, pur essendo Figlio» (Ebrei 5, 8). E tuttavia, anche nella profonda umanità della sua morte c'è qualcosa che fa la differenza e i sinottici annotano: «Il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare gridando a quel modo, esclamò: "Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!"» (Mc 15, 39). Che cosa ha "gridato" Gesù? Ha gridato: «"Eloì, Eloì, lamà sabactanì", che si traduce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?'». Gesù grida il Salmo 22, che l'evangelista - in Marco 15, 34 - indica con il solo inizio, ma Gesù lo recita tutto. Proviamo a leggerlo per intero anche noi, capiremo perché Gesù lo prega ad altissima voce in questo momento estremo, e capiremo come Gesù ci apre al mistero della salvezza: «Voi che temete il Signore, lodatelo, tutta la discendenza di Giacobbe, rendete a lui gloria, adoratelo voi tutti, o discendenza d'Israele, poiché non ha disprezzato, non ha disdegnato l'afflizione del misero, non ha nascosto il suo volto da lui, al suo grido d'aiuto l'ha ascoltato».
Tutte le volte che Gesù aveva parlato della sua Passione e morte, non aveva mai tralasciato di parlare della sua risurrezione, anche se i discepoli - e noi con loro - non se ne sono accorti.
Dopo la visione della morte, che esprime il dono totale di sé al Padre per la nostra salvezza, assistiamo alla risposta del Padre nello Spirito Santo: la risurrezione. Per noi è più facile vedere la morte in croce, così come è più facile vedere il pane e il vino sull'altare; ma non dobbiamo interrompere il manifestarsi dell'amore di Dio sul più bello: quel pane, quel vino, Gesù ce li dà come suo corpo, su sangue della nuova alleanza. Quella Croce non significa solo una morte cruenta, è dono che salva e che ci comunica risurrezione.
Ecco perché all'enunciazione: «Mistero della fede», dopo l'astensione del pane e del vino, proclamiamo in modo solenne: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta». Il che vuoi dire che abbiamo capito cosa stiamo facendo, cosa sta accadendo. Che abbiamo intravisto la profondità amorosa del mistero del Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo.
Ma c'è anche «l'attesa della tua venuta», cioè l'impegno apostolico dell’"annuncio" e della "proclamazione" che investe ogni cristiano fino alla fine dei tempi. Ma di questo avremo modo di parlarne a suo tempo.


di: don Carlo Cibien
da: Credere 29/2024


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