NON SI PUÒ ESAURIRE IL MISTERO IN UN SEMPLICE RITO
Pubblicato il 28/03/2026
Come i Corinzi cui si rivolge san Paolo, anche noi rischiamo di non avere una giusta comprensione del mistero.
Ognuno di noi ha avuto i suoi “mistagoghi”: i genitori, il parroco, un catechista, un insegnante; persone che l'apostolo Paolo definirebbe i "perfetti" (in greco tèleioi) o gli adulti nella fede, che sono in grado di trasmetterla con la giusta pedagogia. L'apostolo ne parla nella sua Prima lettera ai Corinzi, e proprio a proposito dell'annuncio del "mistero" di Dio (1Cor 2, 6). Detto per inciso, è interessante che alcuni codici antichi invece di "mistero" scrivano "testimonianza" - in greco: mystérion e martyrion - quasi a significare che ciò che per noi può apparire come un mistero, per Dio è invece una testimonianza.
I Corinzi ai quali Paolo scrive si sono dimostrati poco adulti nella fede: sono "carnali" e "infantili" e non ancora in grado di conoscere la sapienza di Dio avvolta nel mistero. L'apostolo li paragona a coloro che, non riconoscendo Gesù, hanno crocifisso il Signore della gloria.
C'è una condizione - dice Paolo - per riconoscere la sapienza di Dio: Egli l'ha rivelata a «quelli che lo amano» e ciò avviene «mediante lo Spirito, lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1Cor 2, 10).
Ora, la comunità di Corinto ama pochissimo e bisticcia moltissimo, e per questo rischia di restare nel buio della propria meschina ignoranza. Non solo, essa - è ancora l'Apostolo a dirlo - è riuscita a trasformare il mistero eucaristico in manifestazione del proprio egoismo, e ne ha ricevuto la giusta condanna (1Cor 11, 29). È dunque fuori da ogni comprensione del mistero; e lo siamo anche noi quando trasformiamo il mistero eucaristico in un rito abitudinario e noioso, mal vissuto e mal sopportato. O in un'occasione di lucro, che è molto peggio. Anche noi, come la comunità di Corinto, rischiamo di «gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio» (1Cor 11, 22) e dimostriamo di non voler capire nulla del mistero.
Mi sono soffermato sul rapporto di Paolo con i Corinzi, perché descrive una situazione molto simile alla nostra, di noi incapaci ad accogliere l'insegnamento dei maestri e dei testimoni che ci introducono alla conoscenza del mistero, o che li in seguiamo quasi fossero dei banali predicatori di grido: i vari Apollo, Cefa, Paolo... L'Apostolo, presentandosi ai Corinzi, non lo ha fatto come un abile parlatore, ma nella debolezza; annunciando Gesù Cristo e questi crocifisso. Il suo linguaggio non era di chi vuoi convincere, abbindolando con una parola persuasiva, ma con una dimostrazione fatta di Spirito Santo e di potenza divina, di modo che la fede degli ascoltatori si basasse solo sulla potenza di Dio (1Cor 2, 1-5).
Nella sua perorazione, Paolo esclama: «Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore al punto da poterlo istruire?» (Is 40, 13) e conclude: «Ora noi abbiamo la mente [in greco nous] di Cristo». Egli non parla secondo il modo di pensare umano. Parla con la mente di Gesù Cristo!
E qui sta il punto nevralgico del nostro discorso sul disvelamento del "mistero", perché, - come ci ricorda l'Apostolo: «La parola della croce, per quelli che si perdono è stoltezza, per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1, 18).
di: don Carlo Cibien
da: Credere 28/2024
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